(NdA: prima di diventare un’ambientazione per D&D, l’Alfeimur era il luogo dove ambientavo i miei racconti fantasy. Questo racconto è ambientato nel 2053 dfW, nella zona di confine tra Ta-Lastias e Ta-Kilu, e fornisce interessanti dettagli sui rapporti tra le diverse città-stato di Tallia)

 

…You wake up lost in an empty town[i]

 

Era mezzogiorno, e qualcosa nell’aria faceva capire a tutte le creature delle pianure che era giunta l’ora di mettersi a tavola.

In un boschetto isolato, adagiato mollemente sul margine sud di una collinetta solitaria, un lupo sgranocchiava allegramente una pecora sottratta al gregge, un picchio cercava disperatamente termiti ed insetti vari sbeccuzzando il legno, mentre vermi, passerotti ed aquile cercavano di sfuggirsi a vicenda in un grottesco girotondo fatto di fame e paura.

E sul margine del bosco, riverso a terra all’interno di una tenda di ricco tessuto porpora, un uomo stava morendo.

Il suo capo era inondato dalla luce che proveniva da uno strappo nel tessuto riccamente damascato. Malgrado l’agonia girava gli occhi come un prigioniero incatenato ossessionato dall’idea della fuga, e osservava con disperazione quell’unica apertura, quasi sperasse di poterci volare attraverso, o di poterla allargare con lo sguardo.

Lo strappo, prodotto da una freccia vagante, rimaneva però immancabilmente identico, così che l’uomo – per distrarsi- immaginava.

Immaginava, mentre il sole gli rimpiccioliva le pupille alle dimensioni di capocchie di spillo, che la tenda fosse circondata da un ampio rettangolo di erba calpestata, dai resti di un vasto accampamento, e da un fossato di terra smossa da poco, e che solo il giorno prima la zona fosse stata sotto il controllo suo e dei suoi fedeli uomini.

E così era stato, del resto.

Immerso nel dolore sordo della sua terribile ferita al fianco, ma con la mente orribilmente lucida, Lord Dornburn, Guardia Nobile della cavalleria di Ta-Lastias, cugino di secondo grado dell’Egemone Kelros Tallia, lanciava mentalmente elaborate maledizioni ai suoi uomini, a coloro che lo avevano abbandonato lì a morire.

“Maledetti cani fangosi del Depp… Indegni figli della più putrida e marcescente mercenaria dell’immonda Ta-Kilu… Allattati col sangue dell’unico drago morto affogato, e nutriti con la carne dei Ghoul delle Spiagge… Potenti Numi, perché mi avete destinato a questo? Non potevo morire combattendo contro il Nobile Nato Mishoun, o per l’amore di Ishabela, o… Morire per qualsiasi causa, ma non per il tradimento dei miei soldati in seguito ad una ferita in addestramento! Perché non mi concedete neppure di afferrare il mio coltello, e di porre fine alle mie sofferenze? Perché?”.

Era il pensiero del tradimento, non solo quello della morte, che lo turbava.

Per fortuna della sua sanità mentale, il suo corpo decise che quello era il momento migliore per svenire.

 

Un rumore lo svegliò all’improvviso, nel cuore della notte.

Il dolore pulsante al fianco ed i continui giramenti di capo causati dall’emorragia partirono subito all’attacco, facendo sì che Dornburn impiegasse diversi secondi per riconoscere un suono a lui familiare come la risata argentina di Isabella: il galoppo dei cavalli nelle praterie Drolfee.

“Che qualcuno abbia saputo di me, e mi stia venendo a prendere… a salvare?” Ma, chissà perché, quelle parole suonavano improbabili anche a lui. Conoscendo la società di Tallia – e quella Bruna in generale – era più probabile che qualche suo parente, informato dell’accaduto, stesse venendo a vedere se era vero che avrebbe fatto così facilmente un passo avanti verso l’attenzione dell’Egemone. E a finirlo, nel caso che fosse ancora vivo.

Pochi secondi dopo, quando un dolce rumore di campanellini si diffuse nell’aria, seguito da bisbigli in un Wer dai toni vagamente gutturali, il nobile arrivò a rimpiangere il pugnale affilato del suo immaginario parente geloso: era ben noto come le ferite prodotte dalle scimitarre di Ta-Kolz, intinte subito dopo la forgiatura in qualche oscuro veleno, bruciassero terribilmente.

 

Alzounje, figlio primogenito di Sua Grazia Tin’Azitlan, Regina di Ta-Kilu, scese agilmente da cavallo in un fruscio di sete arancioni, e quando sessanta cavalieri lo imitarono prontamente, producendo alle sue spalle un concerto di campanellini e speroni, maledisse intimamente il proprio rango e la propria sfortuna.

Se c’era un momento in cui odiava sua madre, era proprio quando gli affidava quelle missioni prive di senso: sedici giorni a cavallo a perlustrare il confine con Ta-Lastias con l’intralcio di quei leccapiedi da parata.

Pur sapendo che era un compito delicato, perché col crescere delle voci di dissenso contro l’Egemone la pace era a rischio, il principe riteneva in ogni caso che fosse uno spreco ignobile affidarlo ad uno spadaccino della sua fama.

Si girò velocemente per ringhiare sul volto del proprio attendente che voleva un silenzio assoluto, poi tornò a concentrarsi sulla radura che aveva di fronte.

C’era qualcosa di molto sbagliato, nel modo in cui quella nobile tenda solitaria sfidava la pericolosa notte delle pianure. I chiari segni di un accampamento militare che la circondavano sembravano risalire a solo un giorno prima, ma sembrava proprio che le truppe nemiche se ne fossero andate in tutta fretta… Tutta la zona puzzava di imboscata.

Con un cenno della mano chiamò l’attendente, e gli sibilò nell’orecchio: <<Mlif!>>. Il giovane impallidì, ma annuì ugualmente e corse via: sapeva quanto poteva essere pericoloso far infuriare il suo padrone.

Dopo solo un paio di secondi una forma scura sembrò materializzarsi di fianco al principe, che comunque non diede segno di essersene accorto: il suo volto, caratterizzato dal pizzetto nerissimo e dal naso vagamente aquilino, era fisso sulla tenda misteriosa.

<<Sono qui, signore>> sibilò Mlif dopo aver atteso un altro secondo: non aveva tempo da perdere, lui. Alzounje non si voltò neanche a guardarlo – il volto piagato e corrotto del cultista dell’ebano lo faceva sempre star male – e chiese semplicemente: <<E’ una trappola?>>

L’arcanista parve concentrarsi un secondo, socchiudendo le palpebre sugli occhi ciechi, poi rispose con una sicurezza che non ammetteva discussioni: <<No>>

<<Allora perché l’hanno lasciata indietro? Di solito i soldati dell’Egemone sono molto precisi, in queste cose.>>

Al principe sembrò quasi che il mago volesse scuotere le spalle, e che la sua voce rivelasse la tensione causata dall’impossibilità di compiere quel semplice gesto nello stato in cui era: <<Non sono un indovino, Principe.>>

Alzounje scosse la testa, causando un sussulto elegante delle piume che spuntavano dalla sommità del suo elmo a cupola, e congedò il mago con un cenno della mano: quella cosa che era stata un uomo, e che ora, priva delle braccia, delle gambe e di un volto, viveva solo grazie alle sue virtù magiche, sembrò compiaciuto che l’incontro fosse finito.

Mormorò alcune parole, e si dissolse: una bisaccia fissata su un lato del cavallo dell’attendente si riempì lentamente, nuovamente accogliendo il suo ospite.

Due minuti dopo la colonna si mosse verso la tenda.

 


…No escape, no place to hide…

 

Dornburn cercò di rimanere immobile, perfettamente consapevole che la sua vita stava per giungere a termine: la sua armatura, perfetta e lucida come sempre, era a solo pochi metri da lui, ma se fosse stata a Weiraz per il nobile immobilizzato la situazione sarebbe stata identica. Lo stesso discorso si poteva fare per la daga e per il pugnale, o per le diverse lance da combattimento legate al palo centrale della tenda.

Era disarmato, non poteva fuggire. Per distrarsi, ancora una volta immaginò cosa avrebbe fatto una volta acquisiti i poteri dell’aldilà di cui parlavano i sacerdoti: avrebbe massacrato i traditori che l’avevano abbandonato, come era ovvio ritenere.

Ma pur consolandosi con le visioni della sua futura vendetta, Lord Dornburn si dovette mordere la lingua per non gridare quando una mano aprì il lato della tenda opposta al suo letto. E quando il viso a lui poco familiare del principe nemico si affacciò all’interno, non si controllò più: <<Uccidimi subito, cane, figlio di un demonio!>> urlò, <<E non sperare nemmeno per un istante di divertirti a torturarmi per sentire le mie urla, perché io sono Lord Dornburn! Morirò in silenzio, maledicendovi tutti in eterno!>>

Alzounje scosse il capo, interdetto sia dalla vitalità, sia dalla fama, dell’uomo ferito che aveva di fronte: <<Saluti, Lord Dornburn. Io sono il Principe Alzounje, erede al trono di Ta-Kilu e comandante della sedicesima ala della Cavalleria.>> disse pacatamente. Che fortuna aveva avuto! Se avesse portato vivo a suo madre un ostaggio di tal fama sarebbe stato esentato per sempre da tutti quei noiosissimi pattugliamenti del confine.

Il nobile non dette segno di aver sentito una parola, ma gemette per il dolore della ferita, ed il principe capì come le sue condizioni fossero veramente gravi: con un debole fischio chiamò l’attendente, e lo rimandò subito alla ricerca di Mlif.

L’arcanista avrebbe saputo cosa fare: la sua gravissima condizione lo aveva spinto allo studio degli incantesimi rigenerativi con i potenti negromanti del Cerchio delle Ossa, e solo il fatto che le sue mutilazioni fossero dovute ad una maledizione – una malattia scatenata su di lui da un chierico per punirlo – finora aveva impedito alle sue potenti arti di assicurargli la completa guarigione. Comunque il principe sapeva che una mattina si sarebbe svegliato, e Mlif, non più disgustoso e meno arcigno del solito, lo avrebbe accompagnato per una lunga cavalcata.

Confidava totalmente nelle sue capacità taumaturgiche.

Mentre attendeva il mago, Alzounje spiegò la situazione al suo gradito ospite, cercando di apparire il più possibile sincero: <<Lord Dornburn, devo informarla che sono costretto a farla prigioniero. Il mio mago personale la guarirà, poi lei partirà con noi per Ta-Kilu, dove sarà interrogato. Le assicuro che, se non mi creerà problemi, metterò una buona parola per lei. E, tanto per cominciare ad essermi utile… mi può dire dove sono andati i suoi uomini?>>

Dornburn guardò il volto del suo nemico, pensando almeno tre o quattro risposte estremamente offensive, ma alla fine disse solo: <<Sarei felicissimo di dirvelo solo per vedervi tutti morti: voi e loro.>>

Alzounje avrebbe voluto continuare quel discorso, ma nello stesso istante la sagoma raccapricciante di Mlif si materializzò nell’aria, sospesa a venti centimetri da pavimento.

 


..You have entered the twilight zone…

 

Come sempre, il principe fece ben attenzione a non voltarsi verso il mago, e parlò tenendo gli occhi fissi sul Lord: <<Mlif, curalo in modo che possa sopravvivere fino a Ta-Kilu.>>

Il mago per un istante sembrò osservare Dornburn utilizzando qualche senso più acuto dei puri e semplici occhi che aveva perso decenni prima, e parve divertito dall’espressione di vivo disgusto che colmava il volto del ferito: un ghigno stese la sua pelle piagata, poi le sue labbra pronunciarono l’incantesimo. Una sfera verde, traslucida, si formò al di sopra del petto del cultista, poi calò velocissima sulla ferita. E non accadde nulla.

Alzounje, che mai aveva visto fallire un incantesimo del suo mago, corrucciò la fronte in un’espressione che non prometteva nulla di buono: <<Allora? Che scherzo é questo?>> disse con voce improvvisamente gelida. Lord Dornburn era ferito come prima, e da quanto poteva vedere poteva morire da un minuto all’altro: <<Riprova.>> ordinò.

Le parole vennero pronunciate di nuovo, ed una sfera identica alla prima si formò nello stesso punto sopra al petto del ferito: precipitò sul fianco lacerato e sanguinante… e non successe nulla. <<MLIF!>> eruppe il principe, convinto che il suo mago si stesse prendendo gioco di lui.

<<Non é colpa mia, Principe. E’ sua.>> disse il più in fretta possibile l’arcanista, indicando Dornburn col mento.

Alzounje fissò il prigioniero con nuovo interesse, senza nemmeno rendersi conto che il suo urlo aveva richiamato alla tenda tutti gli uomini che non erano impegnati nella formazione difensiva: <<Sei un mago?>> chiese senza esitare, <<Blocchi gli incantesimi di guarigione perché preferisci morire invece che parlare con la mia signora e madre?>>

In quel momento Mlif, senza aspettare ordini, pronunciò un’altro incantesimo: una debolissima aura si creò attorno al Lord di Ta-Lastias, ma non era la normale aura degli usufruitori di magia…. il mago ricordò finalmente di aver sentito di una bizzarria simile.

<<Principe…?>> sibilò Mlif in tono di umilissima scusa, interrompendo il flusso di domande e minacce senza senso che il suo padrone rivolgeva ad uno sbigottito Dornburn: Alzounje si girò con uno sguardo di fuoco verso di lui, fissandolo per la prima volta in cinque anni almeno, e lo invitò a parlare con un cenno estremamente irritato.

<<Principe Alzounje,>> ricominciò da capo, <<quest’uomo é morto.>>

Un mormorio di preoccupazione ed incredulità alle sue spalle gli rivelò che decine di soldati stavano sbirciando l’interno della tenda, e lo spinse a calibrare le sue parole. La superstizione della gente comune era proverbiale. <<Durante il corso dei suoi studi, ha sicuramente letto la storia del suo onoratissimo bisnonno, l’eccellentissimo Nobile Nato Aqhues, che, morto prima di una decisiva battaglia per uno spiacevole incidente, non riuscì ad accettare il fatto finché non guidò le nostre truppe alla vittoria.>> Abbassò il tono di voce in modo che solo Alzounje potesse sentire il resto, senza badare ai mormorii dei soldati ed alle risate profonde del Lord ferito. << Lord Dornburn é morto, signore, ma non se ne é ancora reso conto. Di questo sono sicuro.>>

Il Principe notò l’insolita mancanza di acredine nel tono di Mlif, ed una inaspettata nota di pietà: <<Ti credo… non so perché, ma ti credo. Ma in che modo ci riguarda tutto ciò?>> rispose l’Arbascio in un bisbiglio, <<Non credi che potremmo portarlo ugualmente a Ta-Kilu?>>

Il mago rabbrividì, facendo ondeggiare ciò che rimaneva del suo corpo: <<Maestà, per lui questa é – e sarà – un’esistenza terribile… persino peggiore della mia. Anche se non se ne renderà conto, la sua esistenza sarà immutabile, segnata dal dolore della ferita che l’ha ucciso e dalla consapevolezza del tradimento dei suoi uomini… e sarà eterna. Soffrirà finché nessuno gli farà capire che é morto.>>

<<E chi potrà farlo?>>

<<Io, Principe. Con la Sua spada… dovrò utilizzare la sua potente magia come canale per la mia.>>

Alzounje meditò per due lunghissimi secondi su quanto aveva in mente di fare il mago, e concluse che lui avrebbe perso comunque il suo prigioniero, prima o poi: per un motivo o per un altro non potevano curarlo, non potevano trasportarlo, e non potevano lasciarlo in vita. Se Mlif aveva ragione, la sua spada avrebbe salvato uno spirito sfortunato, altrimenti… avrebbe risolto tutti i problemi. Definitivamente. Sospirò, e a malincuore fece un cenno col capo.

Mlif pronunciò un semplicissimo incantesimo, e la scimitarra di Alzounje, uscita agilmente dal fodero tempestato di gemme, volò fin sopra alla ferita di Dornburn, che intanto aveva smesso di ridere: gli faceva troppo male.

Sapeva che i sudditi della Strega Tin’Azitlan, l’auto-proclamatasi Regina di Ta-Kilu, erano un popolo di pazzi, ma questo era troppo anche per loro: quando vide la scimitarra ingemmata che gli si avvicinava fluttuando, capì che quella pazzia l’avrebbe ucciso.


…Come explore your dream’s creation…

 

La spada gli entrò nello stomaco veloce come lo scalpello di uno scultore, e lui non la sentì neppure: con gli occhi sbarrati, col sorriso ebete che aveva prima che gli si spegneva rapidamente dal volto, vide la lama curva girarsi e rigirarsi attorcigliando le sua budella, schizzando sangue ovunque. E lui non sentiva alcun dolore: “Mi hanno drogato”, pensò, “…ma quando??”

Cominciava ad essere confuso.

La voce di Mlif, quell’essere disgustoso che una volta doveva essere stato un uomo, si fece allora strada nei suoi pensieri: <<Tu non senti questa spada, Dornburn, perché il tuo corpo non esiste più: tu non esisti più, ormai, e non hai più diritto a stare su questo mondo. Qui, ormai, tu sei uno straniero. Sei morto, ed ora sei libero di raggiungere il tuo dio. Senti la verità nelle mie parole: sei morto… libero.>>

“Io dovrei essere morto!?” pensò, tuttora incredulo.

Ma in quel momento qualcosa iniziò a rompersi nel convincimento di essere circondato da pazzi: mentre la spada vorticava dentro e fuori di lui, spezzettandolo per tutta la tenda, qualcosa gli fece cambiare idea, sentire la verità nel tono di quel mago nemico. La spada cantava il suo dolore per lui… come avevano fatto i suoi uomini poco tempo prima. Avevano celebrato un funerale da eroe… ma perché? Per chi?

Ed ebbe paura.

Una sensazione opprimente, cieca ed irresistibile, assolutamente incomprensibile e per nulla riconducibile a sensazioni fisiche, reali, che non aveva mai provato…

Davanti agli occhi esterrefatti di Alzounje, a quelli ciechi di Mlif, e a quelli terrorizzati dei cavalieri della sedicesima ala di Ta-Kilu, Lord Dornburn si era volatilizzato, portandosi dietro la sua immaginaria tenda.

 

Un buio caldo e confortevole lo circondò, massaggiandolo teneramente… una luce si fece strada in quel tepore… un freddo veramente disgustoso, ed un dolore terribile, da piangere. “Maledizione, sono morto davvero! Ma allora perché soffro?”. <<LASCIATEMI IN PACE!>> cercò di dire, ma dalla sua bocca uscirono solo lamenti.

“Sono un guerriero, potenti Numi, e non piangerò come un poppante!” decise, interrompendo quella lagna, ma in quell’istante una serie di schiaffi sulle natiche -non violenti, ma decisi- ruppe la sua decisione.

“SONO MORTO!” pensò, e credette di sentirsi gridare quelle parole. Ma dopo pochi secondi si rese conto dell’impossibile realtà: non aveva gridato, aveva pianto. “SONO…” comiciò di nuovo, ma si interruppe.

Chi era, veramente? Il suo nome non se lo ricordava più, e del resto anche pensare gli risultava difficile… aveva così freddo, e sonno, ed inoltre il sangue gli stava andando alla testa, perché lo stavano sventolando tenendolo per i piedi…

Una donna vestita di bianco, così vecchia da sembrare eterna, col viso coperto da un fazzoletto verde ed una specie di trombetta acustica doppia che le pendeva ondeggiando dalle orecchie, urlò con una vocetta che lui comprese a stento, e con sempre maggiori difficoltà: <<Che bel maschietto! Vedrà signora come diventerà grande e forte…>>.

 

[i] Tutte le frasi in inglese sono tratte da ‘Twilight Zone’ dei Rush, dall’album ‘2112’.